Signor Presidente, onorevoli colleghi, i lavori sulla direttiva antidiscriminazione sono praticamente fermi dal 2008, 17 anni.
In 17 anni, l'Unione europea non è riuscita a fare un concreto passo avanti su una materia che dovrebbe essere ovvia, elementare, condivisa.
O forse no? O, forse, c'è davvero qualcuno, in quest'Aula e nei governi nazionali, che pensa sia legittimo discriminare una persona per la sua religione, per una disabilità, per l'età o per l'orientamento sessuale? Se è così, almeno abbiate il coraggio di dirlo apertamente, perché qui non stiamo parlando di una riforma radicale, che pur sarebbe necessaria, stiamo parlando del minimo sindacale: garantire a tutte e tutti, nessuno escluso, un trattamento equo.
Invece, la fantomatica "Europa dei diritti" resta bloccata da veti nazionali e da maggioranze di destra, incapace di difendere persino le basi della dignità umana.
La libertà di discriminare non è una libertà: è un abuso. Ed è un abuso che rende la nostra società più ingiusta e più violenta.
Se l'Unione europea non è in grado di affermare questo principio minimo, allora dobbiamo chiederci seriamente che cos'è l'Europa oggi.
