Signora Presidente, onorevoli colleghi, Benito, Mussa, nome sconosciuto, Vincenzo, Federico, Giuseppe, Pasquale, nome sconosciuto, nome sconosciuto, Salvatore, John, nome sconosciuto, nome sconosciuto, Salvatore, Abdel Jalil, Atef, nome sconosciuto, nome sconosciuto, Luca, nome sconosciuto, nome sconosciuto, nome sconosciuto, Giuseppe, Lulsim, Alessandro Patrizio, nome sconosciuto, Fabiano, Fabrizio, Vincenzo, Fedi, Youssef, nome sconosciuto, Giuseppe, Majon, nome sconosciuto, Francesco, Alì, nome sconosciuto, Giuseppe, Alin Vasili, nome sconosciuto.
Un minuto non è sufficiente per nominare tutte le persone che nel 2024 si sono tolte la vita nelle carceri italiane.
Gestione ordinata ed efficace della migrazione, in particolare mediante un nuovo quadro legislativo sui rimpatri (discussione)
Signora Presidente, onorevoli colleghi, con la vergognosa operazione in Albania di coloniale memoria, il governo italiano si è fatto avanguardia di un attacco europeo contro le migrazioni e il diritto d'asilo.
Il tentativo, per ora fallito, di esternalizzare la detenzione in un campo di concentramento su territorio straniero e di accelerare le procedure di valutazione e rimpatrio dei migranti rappresenta: 1, una crudele sofferenza e umiliazione per le persone deportate in alto mare e trattate come umanità sacrificabile; 2, una prova di assoluta incompetenza, dato che l'illegittimità dell'operazione era evidente fin dall'inizio; 3, un'inquietante forzatura da destra del diritto internazionale che tutela i diritti delle persone in movimento.
Normalmente, un governo che ha esposto il proprio Paese a una simile figuraccia internazionale dovrebbe dimettersi per manifesta incapacità e mancanza di etica. Il Parlamento europeo dovrebbe prendere le distanze e condannarlo. L'operazione Albania dovrebbe essere immediatamente interrotta, mentre dobbiamo impegnarci per creare canali sicuri per la migrazione.
Ispezione a sorpresa alla casa circondariale "Lorusso e Cutugno" (Le Vallette), Torino
Presentation of the programme of activities of the Hungarian Presidency (debate)
Madam President, dear colleagues, I know Hungary from its darkest place: from prison. I was held in pre-trial detention in harsh conditions for 15 months. Thanks to the solidarity of thousands of anti-fascist citizens, I stand in front of you today as a free woman.
The Presidency of this Hungarian Government is highly inappropriate. A united Europe was born on the ashes of the defeat of Nazi fascism as a project of international cooperation. It's a bitter paradox to have a presidency led by someone whose goal is to dismantle the EU in the name of nationalism.
Hungary under Viktor Orbán has become an illiberal and oligarchic regime, an authoritarian ethnic state. Some even call it modern tyranny. What is sure, is that now the rule of law and media freedoms are not guaranteed. Dissent is criminalised, civil society repressed. While loyal oligarchs have grown rich, social and regional inequalities have become worse. The rights of minorities are violated and racism has become mainstream.
The EU is far from being perfect – neoliberal policies, social inequalities, double standards in foreign policy and subordination to US influence. But none of this concerns Mr Orbán. His real targets are minorities, migrants, social justice, freedom of expression and the rule of law. He fuels resentment among the Hungarian people against the so-called 'degenerate Europe' to create an external enemy and consolidate his own power.
Mr Orbán has strong ties with the worst far-right forces, both in Europe and internationally. This new, dangerous form of fascism represents the authoritarian variant of today's global capitalism. They are fraudulent enemies of the working class and of friendship among people, a threat to those who aspire to live in freedom.
Finally, I want to express my full solidarity with Maja, the German anti-fascist and non-binary activist who was extradited from Germany and now detained in Hungary. European democracy must stand firm and refuse to cooperate with Mr Orbán's oppressive and authoritarian regime.
Garantire alloggi sostenibili, dignitosi e a prezzi accessibili in Europa - incoraggiare gli investimenti, la proprietà privata e i programmi di edilizia pubblica (Dibattito)
Signor Presidente, onorevoli colleghi, mentre i centri delle città diventano sempre più inaccessibili a causa della turistificazione e della speculazione, in Italia gli affitti aumentano del 10 % all'anno. Sempre più persone sono schiacciate dall'inflazione e dai bassi salari, faticano a pagare l'affitto e molti rischiano lo sfratto. Molti altri, soprattutto fasce più svantaggiate e giovani, non riescono nemmeno a permettersi una casa. Decine di migliaia sono costretti a occupare alloggi abbandonati e fatiscenti come unica alternativa.
Di fronte a questa emergenza abitativa, il governo italiano non offre nessun reale sostegno agli abitanti, ma solo la demonizzazione degli occupanti e l'inasprimento delle pene.
È urgente intervenire e invito il futuro Commissario a prendere provvedimenti per affrontare questa grave questione sociale. È necessario innanzitutto un nuovo piano di edilizia popolare pubblica che sia efficiente e inclusivo. Per quanto riguarda le occupazioni di alloggi di edilizia residenziale pubblica lasciati vuoti, è necessario il blocco degli sfratti e procedure di regolarizzazione degli occupanti. Infine, è necessario regolamentare i prezzi degli affitti del mercato privato ed erogare un bonus affitto.
Salis, ritorno in carcere. “San Vittore un inferno, anche l’Italia viola i diritti dei detenuti”
di Viola Giannoli, Fabio Tonacci
Ilaria Salis è tornata in carcere, ma la destra non esulti: questo non è l’incipit della notizia che vorrebbe leggere. Piuttosto è l’inizio dell’attività politica, sul campo, dell’insegnante di Monza che il voto europeo ha liberato dal pozzo ungherese dov’era precipitata un anno e mezzo fa.
L’aveva detto che una volta fuori si sarebbe occupata di detenzione e detenuti, col piglio di chi ha vissuto qualcosa che non augura a nessuno. L’azione, tuttavia, deve passare dalla conoscenza diretta. Dunque Ilaria Salis alle 9 di ieri mattina, accompagnata da due collaboratori, si è presentata al cancello della prigione più sovraffollata d’Italia mostrando il tesserino da europarlamentare. «Visita istituzionale». Prego, entri pure, hanno risposto i piantoni di San Vittore.
Ilaria Salis prima di entrare nel carcere di San Vittore
Tre mesi esatti dopo aver riguadagnato la libertà, eccola di nuovo tra mura di cinta, le celle, le finestre sbarrate. Questa volta il cammino è sciolto, senza il tintinnio di catene che ritmava il passo costretto. Però i fantasmi ci sono ancora, non se ne sono mai andati. I volti persi, il tempo fermo, la costrizione, l’assenza. Le mani dei detenuti che penzolano stanche da sbarre d’acciaio quasi sempre chiuse. «Quelle mani erano anche le mie, a Budapest«, racconta a Repubblica l’eurodeputata di Alleanza verdi e sinistra. «Mi sono rivista nelle stanze soffocanti, dove dormono in tre e non possono alzarsi dalla branda perché non hanno spazio. Ho rivissuto la sensazione di smarrimento quando i detenuti stranieri che ho incontrato mi hanno detto che sono dentro da due mesi e non hanno ancora potuto fare una telefonata». Lei dovette aspettarne sei di mesi. Riuscì a mandare una lettera a suo padre Roberto in cui raccontò tutto: i ceppi alle caviglie, il guinzaglio durante le udienze, i giorni senza neanche gli assorbenti, i topi. Stavolta Ilaria Salis ascolta le storie degli altri, prende appunti, immagina come lei, a Strasburgo, potrà essere utile alla popolazione carceraria nell’anno del record dei suicidi.
Tre ore di visita, nella calura agostana di Milano. Con lei la vice direttrice della casa circondariale e il vice capo delle guardie penitenziarie. «Il sovraffollamento in Lombardia ha numeri spaventosi — dice Salis — Solo a San Vittore è del 221 per cento, può ospitare 450 persone e ce ne sono più di mille. Gli assistenti sociali sono assegnati in base alla capienza e non alle presenze, sono oberati e questo impedisce i colloqui per la messa in prova e il passaggio alla semilibertà».
Salis ha visitato il reparto femminile, la sezione dei giovani adulti dove stanno gli under 25, l’infermeria e un raggio del maschile. «Ho cercato di parlare il più possibile con i reclusi, ne ho incontrati tanti». Molti l’hanno riconosciuta, Ilaria, Ilaria, la chiamavano, sei quella che è stata per tanti mesi nella galera di Budapest, le dicevano. Le hanno mostrato i tagli sulle braccia e sulle gambe, le fasciature, le cicatrici, i segni dell’autolesionismo. E lei, «forza», «dovete resistere», «fatevi coraggio».
San Vittore non è paragonabile al penitenziario di massima sicurezza di Gyorskocsi utca a Budapest, dove il regime della democrazia illiberale teorizzata da Orban rinchiude criminali e dissidenti, ma anche qui si avverte la lesione dei diritti. «Qualcuno attende da più di un mese di sapere quando potrà essere visitato da un medico. E ci sono stranieri, il 75 per cento dei reclusi a San Vittore, che non riescono a chiamare a casa e le famiglie li danno per dispersi…». Di nuovo i fantasmi ungheresi, lei in una cella in condizioni inumane per 15 mesi, sei dei quali senza contatti con il padre e la madre.
Ilaria Salis non ama mostrare emozioni, non si sente un simbolo per nessuno, né dà peso alle continue polemiche della destra sul suo passato di attivista del movimento per la casa e di occupante di immobili. Le parole escono a fatica quando le si chiede di raccontare com’è stato il ritorno in carcere, seppur ora da libera. «A San Vittore ho provato tristezza e rabbia», risponde. «Tristezza perché donne e uomini rinchiusi mi fanno ripensare al mio dolore. Rabbia perché vedo violazioni gravissime, come nell’accesso alle cure mediche. Sulle carceri l’Italia sta tornando indietro. Solo nel femminile e in un raggio chiamato Nave le celle sono aperte, come dovrebbero essere. Altrove sono sempre chiuse, tranne che nelle ore d’aria e di socialità. Stiamo regredendo. Quindi sì, è rabbia che provo, perché nessuno dovrebbe stare così».
Quest’ultimo “così” va spiegato, perché ha un significato duplice: Ilaria Salis intende sia l’attuale situazione di emergenza in cui affoga il sistema, sia il carcere come istituzione in sé. Nelle misure su cui sta tergiversando il guardasigilli Nordio per alleviare il sovraffollamento non nutre alcuna fiducia: «Non serviranno a rendere più tollerabile la vita dei detenuti, e non credo nemmeno gli interessi farlo. L’unica logica che segue questo governo è punitiva e vendicativa». Tre sono i provvedimenti immediati per cui Salis s’impegnerà politicamente: «Favorire al massimo il ricorso alle pene alternative, garantendone l’accesso a tutti coloro che ne hanno diritto ma non hanno mezzi economici né un domicilio perché stranieri». La questione di classe, in cella, divide chi esce da chi resta dentro. «Bisogna poi limitare l’uso del carcere per chi è in attesa di giudizio. E, infine, depenalizzare i piccoli reati contro il patrimonio compiuti per necessità, chi ruba nei supermercati perché ha fame e non ha lavoro, chi occupa una casa perché non può permettersi un tetto e gli enti che gestiscono l’edilizia popolare non assegnano le abitazioni sfitte».
San Vittore è stata la prima incursione in un penitenziario per l’eurodeputata che ha conosciuto il carcere ungherese per necessità, e ora vuole conoscere quelli italiani per missione politica. Ne seguiranno altre, di visite. «Io però credo che si debba andare verso una società che superi il carcere…». Eccolo il secondo così. «Davanti ai rapporti di ingiustizia un approccio è l’espulsione delle persone dalla società, chiuderle in un luogo per sentirsi al sicuro e non prendersene più carico. Io penso invece che si debba lavorare sulle cause, sulla prevenzione, creando una società basata sulla giustizia e l’uguaglianza. Poi c’è sempre chi sbaglia, l’obiettivo deve essere il reinserimento nella società, invece di concentrare un sacco di persone in un unico luogo dove anche se entri pulito esci criminale». E anche questa è Ilaria Salis, prendere o lasciare.
Ispezione a sorpresa alla casa circondariale di San Vittore, Milano
Ieri sono stata alla casa circondariale di San Vittore, a Milano.
Ho fatto una visita a sorpresa per incontrare i detenuti e le detenute, verificare le condizioni in cui sono costretti a vivere, esprimere loro solidarietà.
I problemi sono molti, troppi. L’emergenza è strutturale. Bisogna intervenire subito.
Un mondo oltre il carcere è più necessario che mai.
Ilaria Salis “Sostengo le detenute di Torino No ai metodi punitivi del governo” - La Stampa
Niccolò Zancan
Ilaria Salis, sessantasei persone si sono suicidate nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno. Nel 38% dei casi erano detenuti in attesa di giudizio come lo è stata lei. Ha mai pensato di togliersi la vita quando era in cella a Budapest?
“No, non ho mai pensato di ammazzarmi. Ma mi sento di dire che capisco quel genere di disperazione. Capisco che altre persone siano portate a compiere quel gesto estremo, perché il carcere ti induce all’esaurimento. Io ho sempre pensato di andare avanti. Ma ero fortunata perché avevo una rete di solidarietà, questa è la differenza. Quando sei solo, cambia tutto.
Cosa prova di fronte al bollettino dei suicidi?
“Sto male. Provo rabbia verso una società che ha come unico paradigma un carcere punitivo e vessatorio. Provo solidale affetto per i detenuti».
Come definirebbe il decreto carceri varato dal governo?
“L’Italia va indietro. Le riforme dovrebbero servire per migliorare le cose, almeno in teoria. E per migliorare il carcere c’è una cosa da fare: renderlo più umano. Ma il decreto rafforza la logica punitiva, in pratica lascia i detenuti nell’inedia anticipo di riconoscenza. Nessuno spazio per una redenzione”.
L’umanità delle carceri italiane: sono 61.465, ma i posti regolamentari disponibili sono 46.898. Le detenute del carcere femminile di Torino hanno scritto una lettera in cui chiedono ai coloro che si sono indignati rispetto alle condizioni di detenzione di Ilaria Salis di fare altrettanto per tutti quelli che sono ristretti in Italia. Cosa si sente di rispondere?
“Quelle ragazze, quelle donne, hanno assolutamente ragione. Hanno tutta la mia solidarietà. Ho letto che sono pronte a intraprendere uno sciopero della fame, cioè a mettere in atto una forma di protesta estrema. Che mette a rischio la salute e il corpo, l’unica cosa che resta a un detenuto. Hanno tutta la mia solidarietà perché il sovraffollamento sta raggiungendo livelli estremi. A Milano siamo al duecento per cento. Voglio rilanciare il loro appello. Sono donne coraggiose. Non c’è più tempo da perdere. O si interviene adesso o la vita di altri carcerati è a rischio».
Perdoni la semplificazione, ma cosa si può fare per quelle detenute in attesa di giudizio che non hanno un padre pronto a combattere per la loro libertà come è successo a lei?
“A questo deve servire la politica. A non lasciarle sole. Il sistema carcerario andrebbe riformato alla radice. Nel concreto, io mi sento di appoggiare la proposta dell’associazione “Antigone”.
Ad esempio?
“Non possono stare in carcere donne in gravidanza, non possono starci i figli delle detenute. Bisogna cambiare totalmente. Servono più ordini di libertà anticipata. Più telefonate. Più umanità. Bisogna tornare alle celle aperte, spazi condivisi. Bisogna favorire la presenza di educatori e mediatori culturali».
Tutto questo il governo lo chiama «colpo di spugna». Cosa risponde?
“Loro rinvengono questa logica punitiva. Io penso che serva una giustizia riparativa. Un fatto è certo: il carcere così com’è non rieduca e non favorisce il reinserimento nella società”.
La nuova proposta del ministro Nordio per svuotare le carceri è mandare ai domiciliari i carcerati con un anno di pena residua. Cosa ne pensa?
“È il minimo. Serve molto di più”.
Com’è visto tutto questo dal Parlamento Europeo?
“Poco e male. Purtroppo la situazione dei detenuti è lasciata in secondo piano. È un tema che si tende a dimenticare. Quindi bisogna lottare per portarlo alla luce».
Qual è il ricordo della sua detenzione che torna più spesso a tormentarla?
“L’angoscia per quel processo farsa, in cui per molto tempo non ho avuto neppure accesso ai documenti. Era un processo che sembrava avere la sentenza già scritta. Mi sembrava di essere davanti al tribunale dell’inquisizione. Avevo paura di non uscire mai più da quel carcere».
Lei e suo padre ricevete ancora minacce?
“Cerco di controllare i social il meno possibile. Ma sì, succede ancora”.
Lei l’ha conosciuto: il carcere cos’è?
“È il posto della solitudine estrema. Voglio esprimere ancora tutta la mia solidarietà alle ragazze detenute a Torino. La loro battaglia è la mia. Ho letto che sono molto solidali e mi sembra una cosa davvero importante. La solidarietà e l’unione, oltre a combattere la solitudine a cui il carcere costringe, fanno la forza nella battaglia per la conquista dei diritti”.
Ispezione a sorpresa al carcere San Michele, Alessandria
Oggi ho fatto un’ispezione a sorpresa al carcere San Michele di Alessandria (Piemonte).
Oltre a constatare il pessimo stato in cui si trovano le varie sezioni e la grave carenza di personale socio-sanitario, ho avuto modo di ascoltare le testimonianze di molte persone detenute.
Ho potuto anche incontrare Luigi Spera, compagno di Palermo al centro di un vero e proprio caso politico, su cui occorre fare convergere le nostre energie solidali.
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