Libertà di riunione in Ungheria e necessità di un intervento della Commissione (discussione)

Signora Presidente, onorevoli colleghi, libertà di riunione nell'Ungheria di Orban? Solo per chi fa comodo al regime. Da un lato, si vieta il Pride, si censura la libertà di espressione di migliaia di cittadine e cittadini ungheresi ed europei, si criminalizza la comunità LGBTQI+ con l'assurda infamante accusa di essere pericolosa per i bambini e, dall'altro, si tollera la parata neonazista del cosiddetto Giorno dell'onore, che ogni febbraio infesta le strade di Budapest. Un raduno internazionale di militanti di estrema destra, razzisti, omofobi, suprematisti, fanatici religiosi, portatori di odio e di violenza, che rappresentano un pericolo reale per chiunque non si conformi alla loro orrenda ideologia.

Ecco quindi il volto di un regime compromesso con l'estrema destra più radicale. Un potere oscurantista non poi così diverso dai talebani o dagli ayatollah. Non possiamo accettarlo. Se il governo ungherese calpesta le libertà fondamentali e reprime le minoranze, allora va sanzionato e isolato. I soldi dei contribuenti europei non devono finanziare la repressione di un regime. Solidarietà al Pride e a chi avrà il coraggio di manifestare comunque per un'Ungheria migliore e libera. Solidarietà a Maja in sciopero della fame, che resiste con dignità e fierezza...

Report CPR Macomer, una prigione etnica

Giovedì 29 maggio ho effettuato un’ispezione a sorpresa presso il Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Macomer, in Sardegna, accompagnata da un mio collaboratore e da un’infermiera.

Il CPR di Macomer, come tutti i CPR, è a tutti gli effetti una prigione etnica: uno strumento del capitalismo razziale europeo e italiano in cui vengono detenute persone e lavoratori sprovvisti di un permesso di soggiorno in corso di validità. La detenzione amministrativa e la costante minaccia della deportazione agiscono da monito per gli altri lavoratori stranieri o italiani senza cittadinanza, mantenendoli in una condizione di ricattabilità che permette forme estreme di sfruttamento da parte dei datori di lavoro.

Il CPR di Macomer è ospitato all’interno di una struttura architettonicamente concepita come carcere di alta sicurezza. L’impatto visivo e ambientale è opprimente. Al posto delle finestre ci sono piccole bocche di lupo, che si aprono solo a vasistas. Gli ambienti sono in penombra e non c’è ricambio d’aria. Le persone trattenute – sequestrate perché prive di un permesso di soggiorno in corso di validità – ci hanno ripetutamente chiesto, con incredulità, perché si trovassero in un luogo tanto simile a ‘un carcere per mafiosi’.

Durante l’ispezione abbiamo riscontrato condizioni igienico-sanitarie gravemente compromesse: ambienti sporchi e trascurati, materassi in gommapiuma logori, le solite lenzuola in materiale sintetico – le stesse, terribili, che ho trovato in tutti i CPR italiani – e docce non funzionanti in diverse sezioni.

L’assenza totale di attività ricreative, formative o lavorative rende l’ambiente ancora più insalubre dal punto di vista psicologico. Le persone trascorrono le giornate in uno stato di completa inattività, rimuginando sulla propria condizione di privazione immotivata della libertà.

Una frase ricorrente, ascoltata anche a Macomer, è:

“Stare qui è molto peggio che stare in carcere.”

A peggiorare ulteriormente la situazione è la durata della detenzione amministrativa in Italia, che può arrivare fino a 18 mesi, a fronte dei 3 mesi previsti, ad esempio, in Francia. Alcune persone restano intrappolate in questo limbo per periodi lunghissimi, in condizioni che minerebbero la salute mentale di chiunque.

Dopo la legge Basaglia, è sconfortante constatare che all’abolizione dei manicomi abbiano fatto seguito nuovi spazi d’internamento manicomiale come i CPR.

Tutte le testimonianze raccolte durante l’ispezione hanno denunciato la pessima qualità del cibo. Più persone lo hanno definito “nocivo” e ci è stato segnalato un episodio recente di malessere collettivo, riconducibile ai pasti distribuiti all’interno del centro.

In segno di protesta, alcune persone hanno rifiutato il cibo in diverse occasioni, ma senza ottenere alcun miglioramento da parte dell’ente gestore.

Particolarmente emblematica la colazione, che ho potuto constatare personalmente: appena tre biscottini minuscoli, del tutto inadeguati a soddisfare il fabbisogno nutrizionale minimo di un adulto.

Il clima di paura e insicurezza è tangibile. Le persone trattenute vivono nella costante apprensione di essere prelevate all’improvviso, nel cuore della notte, per essere rimpatriate verso destinazioni spesso ignote – oppure deportate in Albania.

Secondo alcune testimonianze, pochi giorni prima della visita otto persone sarebbero state prelevate all’alba dagli agenti di polizia senza alcun preavviso e forzatamente trasferite in Albania, senza nemmeno il tempo di raccogliere i propri effetti personali.

Il grande timore di essere deportati nei lager albanesi, ancora più lontani da tutto e da tutti, viene alimentato dalla totale opacità delle informazioni fornite all’interno del centro.

L’umanità reclusa nel CPR di Macomer è eterogenea sotto il profilo dei percorsi biografici. Ho incontrato persone che vivono in Italia da molti anni, con famiglie, relazioni e legami radicati nel nostro Paese, finite nel centro a seguito della perdita del permesso di soggiorno, anche per motivi amministrativi o procedurali.

Accanto a loro, anche persone appena arrivate, come un gruppo di uomini algerini sbarcati sulle coste sarde pochi giorni prima. Dopo appena due giorni nell’hotspot di Monastir, sono stati trasferiti a Macomer nell’ambito delle procedure di rimpatrio accelerato.

Le testimonianze raccolte evidenziano come le valutazioni dei singoli casi da parte delle autorità preposte avvengano in modo sommario e non individualizzato. La rapidità della procedura compromette gravemente il diritto alla difesa e a una corretta valutazione del diritto alla protezione internazionale.

Tra loro anche due ragazzi visibilmente molto giovani, che ci hanno dichiarato di essere minorenni. A seguito di questo colloquio, le forze dell’ordine sono state costrette ad avviare accertamenti sulla loro età. Se confermata la minore età, devono essere rilasciati immediatamente, come previsto dalla legge.

l CPR di Macomer deve essere chiuso. Come tutti i CPR in Italia. Cambiare l’ente gestore – operazione già tentata – non è risolutivo: è l’intero dispositivo della detenzione amministrativa a generare sistematicamente violazioni dei diritti fondamentali.

Occorre superare la legge Bossi-Fini, che lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, e costruire un sistema di gestione amministrativa dell’immigrazione fondato sulla dignità, sull’uguaglianza tra lavoratori e sui diritti fondamentali delle persone — non sul controllo, sulla paura e sulla repressione.

I CPR sono ingranaggi della macchina disumana del capitalismo razziale che produce esclusione, ricattabilità e sfruttamento. Non garantiscono sicurezza, né giustizia: servono solo a mantenere un ordine sociale ingiusto.

Un paese senza CPR non solo è possibile, ma necessario e immediatamente realizzabile. Sarebbe un paese più giusto, più libero, più umano — e persino più efficace, perché capace di rispondere ai bisogni reali della società. Per tutte e tutti.

 Scegliere l'Europa per la scienza (dibattito)

Signora Presidente, onorevoli colleghi, mentre negli Stati Uniti di Trump la libertà accademica è apertamente sotto attacco, anche in Europa non possiamo dormire sonni tranquilli. L'abbiamo visto nella repressione delle sacrosante proteste contro il genocidio a Gaza e contro l'occupazione coloniale della Palestina: studenti e ricercatori manganellati, conferenze annullate e accuse infondate e pretestuose di antisemitismo. È un segnale grave, gravissimo.

L'iniziativa Choose Europe for Science è importante e la sostengo: l'Europa dovrebbe sempre essere un rifugio, un luogo di libertà, cooperazione e speranza. Sarebbe bello – aggiungo – se lo fosse anche per migranti e richiedenti asilo, che fanno altri lavori e provengono da altre parti del mondo; ma non lo è.

Apriamo le porte solo alle eccellenze, come se il sapere non fosse sempre frutto di un lavoro collettivo, spesso invisibile e quasi sempre sottopagato. È una visione miope, che tradisce un'idea elitaria della conoscenza: l'idea capitalistica. L'Università va difesa nella sua interezza, come comunità, come luogo di sviluppo condiviso e non come vetrina di merito individuale.

In Italia chi fa ricerca è spesso un lavoratore povero, intrappolato in una precarietà cronica, costretto a una mobilità imposta, con conseguenze materiali e psicologiche devastanti. I posti di lavoro sono pochi, le prospettive pesanti, spesso solo all'estero. L'Università non si costruisce selezionando pochi eccellenti ma garantendo a tutte e tutti l'accesso al sapere.

Pertanto servono politiche pubbliche ambiziose, inclusive, di massa. Servono veri investimenti nella ricerca, perché la produzione di sapere è il miglior valore aggiunto che possiamo generare, non solo sul piano economico ma, soprattutto, sul piano culturale, sociale e democratico.

Report visita ispettiva al CPR di Brindisi Restinco

In data 17 maggio ho effettuato una visita ispettiva, senza preavviso, presso il CPR di Brindisi Restinco, accompagnata da un collaboratore, un medico e una mediatrice culturale.

L’ambiente riscontrato all’interno della struttura è fortemente compromesso dal punto di vista igienico-sanitario e psicosociale. Le condizioni generali appaiono altamente patogene, tali da rappresentare un grave pericolo per la salute fisica e mentale delle persone trattenute.

Le testimonianze raccolte restituiscono un quadro drammatico, segnato anche da storie paradossali. Alcune persone, ad esempio, sono state trattenute proprio mentre cercavano di regolarizzare la propria posizione presso la questura. Molti hanno legami profondi in Italia: famiglia, amicizie, relazioni che rendono ancora più incomprensibile la loro possibile espulsione.

La struttura in sé è spoglia, alienante, inadeguata a garantire condizioni di vita dignitose. “Qui è come un cimitero”, mi ha detto uno dei reclusi.

Le lenzuola e gli asciugamani sono in materiale sintetico, i cuscini sporchi, la presenza di insetti diffusa.

Il vitto è di qualità molto bassa, tanto che diversi trattenuti sono costretti a ricorrere a gastroprotettori per poter mangiare.

È stato riscontrato un uso massiccio di psicofarmaci. Il registro degli eventi critici sembra un vero e proprio bollettino di guerra. Contiene numerosissimi atti di autolesionismo e diversi tentativi di suicidio.

Quasi tutte le persone faticano a dormire, anche a causa del terrore di essere deportate in Albania, come già accaduto ad alcuni loro compagni. La paura è tangibile, alimentata da un clima d’incertezza, abbandono e tensione.

Al momento della visita, tra alcuni trattenuti regnava un diffuso stato di scoramento per la recente morte del signor Abel. Abbiamo parlato a lungo con un suo amico, che lo descriveva come una persona dolce e generosa. Diverse testimonianze esprimono il timore che la sua morte possa essere legata a un’overdose di psicofarmaci.

Ulteriori criticità riguardano la gestione sanitaria, che non garantisce interventi tempestivi nemmeno in presenza di gravi patologie. Secondo quanto riferito anche dalla direttrice del centro, persone con condizioni evidentemente incompatibili con la detenzione vengono comunque dichiarate “compatibili” all’ingresso. Le ASL dovrebbero esercitare un controllo più rigoroso, perché inserire soggetti vulnerabili in un contesto tanto nocivo equivale a metterne a rischio la vita.

La visita al centro di Brindisi Restinco conferma, ancora una volta, che i CPR, oltre a rappresentare un’aberrazione fascio-razzista sotto il profilo giuridico e politico, sono ambienti strutturalmente incompatibili con il rispetto dei diritti fondamentali.

Ispezione a sorpresa al CPR di Milo, Trapani

Oggi, insieme al collega Leoluca Orlando, ho effettuato una visita a sorpresa al CPR di Milo, a Trapani in Sicilia.

La situazione riscontrata è di estrema gravità: violazioni sistematiche dei diritti fondamentali, condizioni di insicurezza, abusi di potere e un generale stato di abbandono.

Le persone stanno molto male, sia psicologicamente che fisicamente. Abbiamo riscontrato numerosi episodi di autolesionismo e diversi tentativi di suicidio, frutto della disperazione generata da questa condizione disumana.

Siamo di fronte a una forma di tortura inflitta a persone detenute non perché abbiano commesso un reato, ma unicamente perché prive di un permesso di soggiorno valido.

Tutto questo è inaccettabile in uno Stato di diritto.

𝗜𝗹 𝗖𝗣𝗥 𝗱𝗶 𝗧𝗿𝗮𝗽𝗮𝗻𝗶 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗺𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗰𝗵𝗶𝘂𝘀𝗼.

Recenti modifiche legislative in Ungheria e il loro impatto sui diritti fondamentali (dibattito)

Signora Presidente, onorevoli colleghi, l'Ungheria è un paese europeo tenuto in ostaggio da un regime autoritario e corrotto.

Cari colleghi, guardiamo ai fatti più recenti.

Come agisce un governo liberticida ai tempi dell'intelligenza artificiale? Viktor Orbán ci mostra la via: prima vieta il Pride, marchiando la comunità LGBTQI+ come "pericolosa per i bambini" – forse glielo ha suggerito il suo amico Putin. Poi minaccia di utilizzare il riconoscimento facciale per identificare e punire chiunque osi manifestare comunque. Complimenti!

E sul fronte della politica estera? Anche lì Orbán non delude. Dopo aver espresso solidarietà a Marine Le Pen – condannata per aver rubato milioni di fondi pubblici – oggi riceve a Budapest, con tutti gli onori, il criminale di guerra Netanyahu. Invece di arrestarlo, come richiesto dalla Corte penale internazionale, lo accoglie a braccia aperte.

Dunque, che lo Stato di diritto in Ungheria fosse ormai ridotto in macerie lo sapevamo bene. Ma qui si sta superando ogni limite: lo spregio del diritto, delle libertà civili ha raggiunto un punto di non ritorno.

Ma per fortuna, nonostante la propaganda, molti ungheresi stanno aprendo gli occhi. Il fascismo sarà sconfitto.

Ispezione a sorpresa presso il carcere della Dozza, Bologna

Ieri ho effettuato un’ispezione a sorpresa presso il carcere della Dozza, a Bologna.
L’elemento più rilevante riguarda l’annunciato trasferimento di un gruppo di cosiddetti ‘giovani adulti’, ovvero ragazzi tra i 18 e i 25 anni provenienti da istituti minorili, i quali – stando a quanto dichiarato – dovrebbero restare solo temporaneamente all’interno del carcere ‘dei grandi’. Staremo a vedere... Intanto, si assicura che resteranno separati dal resto della popolazione detenuta, ma nei fatti sono stati collocati in un reparto isolato all’interno di una struttura che non è progettata per accoglierli. Insomma, una gabbia nella gabbia.


Come hanno segnalato anche i detenuti adulti attraverso una presa di parola collettiva, questo trasferimento provoca un forte scompenso nella vita interna del carcere. Un centinaio di persone con pene lunghe e definitive è stato spostato nella sezione di Alta Sicurezza – da cui, a sua volta, i detenuti sono stati trasferiti all’istituto di Fossombrone – con il rischio concreto di una sospensione o interruzione delle attività trattamentali e riabilitative in corso.


L’intera vicenda è sintomatica della preoccupante involuzione in corso nel sistema della giustizia minorile italiana. Un tempo all’avanguardia in Europa per il ricorso limitato alla detenzione, oggi il nostro paese sta virando verso un approccio sempre più repressivo e carcero-centrico, anche nei confronti dei minori. Il Decreto Caivano, che, tra le cose, rende ostative le misure alternative per alcune tipologie di reati commessi da minori, rappresenta solo l’ultima, grave torsione in questa direzione.


In questo quadro, il razzismo sistemico appare in tutta la sua evidenza: tutti e nove i ragazzi trasferiti alla Dozza sono stranieri, così come lo è per la stragrande maggioranza l’intera popolazione minorile detenuta. I beceri populisti di destra, che, non perdendo mai occasione per soffiare sul fuoco del razzismo, parleranno di predisposizione culturale (o, nei casi peggiori, addirittura genetica) al crimine. Ma la realtà è un’altra, ed è una realtà di classe. Questi ragazzi sono poveri, privi di reti di supporto sul territorio, spesso segnati dal trauma della migrazione. È più facile per loro scivolare nella marginalità e nella piccola criminalità. Ed è infinitamente più facile finire in carcere. A parità di reato, un ragazzo italiano di buona famiglia non ci metterà mai piede. E anche se dovesse entrarci, potete star certi che ne uscirà prima.


Chi vuole davvero occuparsi di sicurezza, giustizia e, soprattutto, tutela dei minori, dovrebbe fare l’esatto contrario di ciò che si sta facendo oggi. Non servono nuove carceri, né aumentare la repressione. Servono investimenti strutturali in percorsi di inclusione, in supporto materiale e psicologico, oggi drammaticamente sottofinanziati e spesso affidati alla buona volontà di associazioni, volontari e lavoratori del terzo settore, pagati una miseria.


Successivamente, ho visitato la sezione femminile, dove sono ristrette 87 donne.
Come spesso accade nelle carceri italiane, le celle versano in condizioni fatiscenti: ambienti molto piccoli, muri scrostati, servizi igienici guasti.


Mi sono intrattenuta a chiacchiera con diverse donne e tutte loro, più o meno, mi hanno detto le stesse cose. Le solite, purtroppo. L’accesso a cure mediche, agli educatori, al lavoro è estremamente complicato. Per le donne straniere, uno degli aspetti più dolorosi è l’impossibilità di comunicare regolarmente con la propria famiglia nel paese d’origine. È successo anche a me, in Ungheria, e ricordo quanto male faceva.
Tra i vari problemi, ce n’è uno che emerge su tutti: il vitto. Le detenute lo definiscono disgustoso, scarso e, da qualche tempo, anche freddo. Ho chiesto spiegazioni e ho saputo che la cucina del reparto femminile è guasta da settembre: i pasti vengono preparati in quella maschile e poi trasportati. Ho atteso l’arrivo del carrello e ho potuto constatare di persona lo stato delle pietanze. Devo dar loro ragione.


Anche qui, le differenze di classe si fanno sentire: solo chi ha i mezzi per integrare con il sopravvitto può permettersi un’alimentazione decente. Le altre, le più povere, mangiano poco e male. Doppia punizione per loro.


Mi ha colpito, infine, la frase di una donna, pronunciata con una lucidità disarmante: “Il carcere è una scuola di delinquenza. Qui, per noi, non c’è alcuna riabilitazione possibile.”
E in effetti, il tasso di recidiva supera il 70%.


Questa donna non aveva letto testi abolizionisti. Ma spesso basta vivere sulla propria pelle cosa significhi il carcere per maturare la consapevolezza che una società senza prigioni sarebbe una società migliore.
Che esistono forme altre — più giuste, più umane, ma anche decisamente più efficaci — per affrontare i rapporti di ingiustizia. Oltre questa barbarie, chiamata prigione

Ispezione a sorpresa al carcere di Marassi, Genova

Links between organised crime and smuggling of migrants in light of the recent UN reports (debate)

Madam President, the concept of a human smuggler has been weaponised to justify increasingly repressive migration policies. The EU criminalises smugglers, even those who act without profit. Migrants themselves, such as boat drivers, as well as those offering humanitarian or solidarity-based support.

But there is an undeniable truth we must face: as long as safe and legal migration routes are unavailable, people will continue to rely on smugglers to exercise their fundamental right to freedom of movement. Yes, there are unscrupulous individuals who exploit migrants, exposing them to serious risks and these people must be held accountable.

However, we must not overlook those who act with an ethic of care, supporting de facto migrants in their search for a better life. Let's remember that, by the same logic, the fishermen who helped Jews escape the Holocaust would be labelled as criminals today. If you truly seek to end smuggling-related violence, the solution is clear: we must open safe, legal migration routes.

Ispezione a sorpresa al carcere di Monza