Escalation della guerra e catastrofe umanitaria in Sudan (discussione)
Signor Presidente, onorevoli colleghi, da oltre due anni e mezzo la popolazione del Sudan è travolta da una guerra atroce tra due forze militari, entrambe legittimate, finanziate e sostenute da potenze straniere che perseguono interessi imperialisti o cercano partner per controllare la migrazione, come l'Unione europea.
Ma per capire davvero cosa sta accadendo bisogna fare un passo indietro: fra il 2018 e il 2019 il Sudan è stato attraversato da un vento rivoluzionario potentissimo. Milioni di persone, giovani, donne si sono mobilitate attraverso scioperi, manifestazioni di massa per i diritti e la giustizia sociale: volevano farla finita con il regime di al-Bashir e sono riusciti a rovesciare una dittatura militare durata trent'anni anni e ad aprire una possibilità di transizione democratica.
Ma, mentre gli insorti furono lasciati soli dalla comunità internazionale, sia il SAF che l'RSS – le stesse due forze che oggi si scontrano – allora collaborarono per soffocare nel sangue le aspirazioni democratiche del popolo sudanese; da lì si è sviluppato il conflitto devastante che oggi sta distruggendo il paese.
Ecco, quando si tratta di schiacciare una rivoluzione, i nostri nemici si uniscono; quando poi si tratta di spartirsi il potere, si fanno la guerra sulla pelle della popolazione. E noi, che cosa abbiamo fatto? Che cosa facciamo per sostenere il popolo del Sudan?
Rafforzamento della cooperazione di polizia nel settore della prevenzione e dell'accertamento del traffico di migranti e della tratta di esseri umani e delle relative indagini, e potenziamento del sostegno di Europol alla prevenzione e alla lotta contro tali reati (dibattito)
Signora Presidente, onorevoli colleghi, "smuggler" in inglese, "passeur" in francese, in italiano si direbbe "contrabbandiere", ma questo termine rimanda soprattutto al passaggio transfrontaliero di merci, non di persone.
Nel linguaggio pubblico si usa spesso "trafficante di esseri umani", ma non vuol dire la stessa cosa. E questa confusione semantica non è casuale: fa parte del repertorio discorsivo della guerra contro la migrazione.
Il trafficante è chi costringe le persone con la forza, l'inganno o la minaccia, le riduce in schiavitù, le sfrutta, le sequestra. Al Masri, generale libico liberato dal governo Meloni e riaccompagnato a casa con volo di Stato, è un trafficante di esseri umani.
Il contrabbandiere, invece, è chi organizza l'attraversamento di un confine chiuso per persone che hanno scelto volontariamente di partire e pagano per il servizio; un servizio basato sul consenso e che non avrebbe motivo di esistere se ci fossero vie legali e sicure per la migrazione.
Questo non significa che tutti gli "smuggler" siano brave persone, per carità. Non è così, dipende da come operano. Ma la categoria non deve essere confusa con quella dei trafficanti.
Come europei, poi, dobbiamo ricordarci una cosa: nel nostro passato furono "contrabbandieri" anche coloro che, durante il nazifascismo, aiutarono gli ebrei a superare illegalmente i confini, mettendoli in salvo dalle persecuzioni e dalle deportazioni nei lager.
Credo – e spero – che oggi nessuno abbia il coraggio di definirli criminali. Siamo giustamente tutti concordi nel riconoscere che hanno reso un servizio di altissimo valore all'umanità.
Ecco: anche oggi molti contrabbandieri offrono semplicemente un servizio a chi ha deciso di fuggire da guerre, persecuzioni, miseria e disastri climatici.
Ispezione a sorpresa al carcere di Poggioreale, Napoli
La prima evidenza, la più impressionante e decisiva, è il sovraffollamento: 2.185 persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 1.313. In queste condizioni è ovviamente impossibile garantire i diritti fondamentali e promuovere percorsi riabilitativi.
In alcune celle vivono fino a 12 persone, stipate in letti a castello a tre livelli, che in Italia sarebbero vietati. Ogni detenuto dovrebbe disporre di almeno 3 metri quadri calpestabili, ma questo standard europeo non viene rispettato. La struttura è vetusta e in molti punti gravemente deteriorata: pareti coperte di muffa, acqua calda non sempre disponibile, riscaldamento non funzionante, presenza di topi. Le persone detenute lamentano, con piena ragione, condizioni di vita disumane.
Dei 1.066 “definitivi” presenti, 560 stanno scontando pene inferiori ai quattro anni, molte delle quali permetterebbero l’accesso alle misure alternative, a cui però, per svariati motivi burocratici, non riescono di fatto ad accedere.
Il personale del carcere, come spesso accade, è ampiamente in sottorganico rispetto alle presenze reali. Basti un dato: ci sono solo 20 educatori, meno di uno ogni duecento detenuti. In queste condizioni, come si può anche solo pensare di garantire attenzione, continuità e cura nei percorsi trattamentali?! All’interno del carcere è operativo un Ser.D. (Servizi per le Dipendenze) che svolge con impegno un lavoro di qualità, ma il carico di utenza è davvero enorme e richiederebbe seri investimenti sanitari.
In generale, la situazione impone interventi deflattivi immediati per ridurre la popolazione carceraria. L’urgenza è chiara a chiunque operi, a vario titolo, nel sistema penitenziario. Purtroppo, questa consapevolezza non è altrettanto diffusa nella Politica – e certamente non nell’attuale Governo.
Occupazioni abusive, Ilaria Salis: "Vergognoso che ci siano case vuote e persone senza casa" - Di Martedì La7
Ispezione a sorpresa al Carcere minorile di Treviso
Ieri ho fatto un’ispezione a sorpresa al carcere minorile di Treviso. L’istituto versa in condizioni indegne: fatiscente, inadeguato, sovraffollato, con picchi che quest’anno hanno addirittura superato il 200%.
Sono andata lì anche perché, tra quelle mura che separano dal mondo dei liberi, si è consumata la terribile vicenda di Danilo Riahi, conclusasi con l’assurda morte del diciassettenne in ospedale.
Una vicenda su cui deve ancora essere fatta piena luce. Su cui, soprattutto grazie al meraviglioso impegno e al lavoro delle realtà solidali e antirazziste che se ne stanno occupando, dall’Italia alla Tunisia, continueremo a mantenere alta l’attenzione.
Ieri sera, sotto la pioggia battente, eravamo in presidio proprio per questo: per ottenere verità e giustizia, e per non far mancare la nostra vicinanza e solidarietà alla famiglia e agli amici di Danilo.
I ragazzi reclusi, là dentro, stanno malissimo. Quel posto è quanto di più lontano da un ambiente capace di offrire stimoli positivi, prospettive di educazione e riscatto.
È straziante vedere così tanti giovani che, a Treviso come altrove, arrivano a gesti di autolesionismo pur di chiedere aiuto, di strappare un po’ di attenzione, alla disperata ricerca di cura. Un enorme fallimento umano, civile e politico, aggravato dal fatto che troppo spesso la risposta sia sedarli a colpi di psicofarmaci.
Mi fa tanto, tanto male rivedere quelle braccia segnate dalle cicatrici – le stesse dannate cicatrici lasciate dai tagli con le lamette – che avevo già visto sulle braccia delle donne con cui ho condiviso la prigionia a Budapest.
Le alternative a questo orrore esistono. E l’Italia, fino a poco tempo fa, era persino un modello in Europa per una giustizia minorile capace di fare a meno della prigione e orientata all’educazione.
Prima che questo governo autoritario imponesse anche ai minori la sua stupida ricetta carcero-centrica. Molto utile per fare del becero populismo penale, ma non certo a migliorare le cose.
Ispezione a sorpresa al carcere di Arghillà, Reggio Calabria
Oggi ispezione a sorpresa al carcere di Arghillà, a Reggio Calabria.
Come ogni estate, la situazione è devastante. Qui, come ovunque in Italia. Ma in Calabria, una delle regioni più periferiche e sfruttate, alcuni aspetti diventano ancora più drammatici.
L’acqua corrente è contingentata: scorre solo in alcune fasce orarie, aggravando le difficoltà quotidiane della detenzione e peggiorando le condizioni igienico-sanitarie.
Le attività trattamentali sono ridotte al minimo. I detenuti sono abbandonati a loro stessi, senza nulla da fare.
Il sovraffollamento è la norma, e il personale è gravemente insufficiente affinché i diritti dei detenuti possano essere rispettati.
Circa un terzo della popolazione carceraria – oltre cento persone – è composto da cittadini stranieri, molti dei quali detenuti per il controverso reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per tutti loro c’è un solo mediatore culturale. Uno solo. E non parla nemmeno tre lingue.
In alcune celle si vive in otto, con letti a castello a tre piani. Chi dorme in alto ha il soffitto a pochi centimetri dal volto.
Il caldo è infernale, l’aria è ferma. Non tutti hanno un ventilatore. In cella manca il frigorifero, e conservare il cibo diventa un’impresa.
Ma la denuncia più unanime riguarda i servizi sanitari: carenti, inadeguati, quasi sempre inaccessibili. Ho incontrato diverse persone malate, senza cure adeguate.
Ho potuto incontrare anche Amir Babai, compagno di viaggio di Marjan, vittima di una vicenda assurda che lo vede ingiustamente condannato in primo grado come “scafista”. Per approfondire, seguite @oltre.i.confini.scafiste
Ministro Nordio, qui occorre intervenire subito. Con ogni strumento a disposizione, per ridurre il sovraffollamento e garantire condizioni dignitose e il rispetto dei diritti più basilari.
Ispezione presso la casa circondariale di Brescia “Canton Mombello”
L’ispezione presso la casa circondariale di Brescia “Canton Mombello” ha confermato una condizione di grave e strutturale violazione dei diritti fondamentali delle persone detenute.
L’istituto presenta un tasso di sovraffollamento insostenibile: a fronte di una capienza regolamentare di 186 posti, risultano presenti 371 persone, quasi il doppio del previsto (e molti sono “definitivi”).
In tali condizioni non è ovviamente possibile garantire il rispetto delle norme europee, in particolare della sentenza Torregiani della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha già condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti tra cui la mancanza di spazio. Le celle sono di dimensioni estremamente ridotte, tanto da rendere difficile persino muoversi. In alcune dormono fino a dodici persone, costrette a condividere un unico bagno.
L’acqua esce esclusivamente bollente e le docce coincidono con il bagno alla turca, su cui è stato montato un rudimentale impianto di erogazione. Particolarmente allarmante è la situazione al quarto piano, dove si registra una diffusa infestazione di cimici. I corpi delle persone detenute portano i segni delle punture; ogni sera i concellini tentano una sorta di disinfestazione artigianale, in assenza di un intervento adeguato ed efficace da parte di chi di dovere. Alla mancanza di percorsi riabilitativi e di supporto si supplisce, come purtroppo avviene in molti istituti italiani, con un massiccio ricorso agli psicofarmaci.
Questa medicalizzazione non rappresenta una cura, ma soltanto una gestione passiva del disagio prodotto da condizioni di vita intollerabili. Il livello di sofferenza psicologica è altissimo, aggravato dal caldo estivo che rende la detenzione ancor più insopportabile. Inoltre, le persone recluse sono profondamente scosse dal recente suicidio di un compagno. Ci è stato riferito che non si trattava del primo tentativo e che “molti altri si sentono sul punto di fare lo stesso.” L’atmosfera di disperazione e abbandono è tangibile, con un rischio concreto di ulteriori gesti estremi.
Il carcere di Brescia rappresenta in modo emblematico la crisi dell’intero sistema penitenziario italiano, in cui sovraffollamento, degrado materiale e assenza di percorsi riabilitativi reali convergono nel produrre sofferenza, umiliare e negare ogni possibilità di crescita personale. Ministro Nordio, urgono misure di clemenza per ridurre immediatamente la pressione sulle carceri.
L’Italia, se vuole dimostrarsi un paese civile, non può tollerare oltre questa situazione indegna.
Ispezione a sorpresa all’Istituto Penale per Minorenni “Cesare Beccaria” di Milano
Ferragosto in carcere significa caldo opprimente, sovraffollamento e la disperata sensazione di essere soli e abbandonati mentre i più sono in vacanza con i propri affetti.
Nel primo pomeriggio ho effettuato un’ispezione a sorpresa all’Istituto Penale per Minorenni “Cesare Beccaria” di Milano.
Secondo testimonianze, materiale video e indagini in corso, proprio qui, nel passato recente si sarebbero consumate violenze gravissime: pestaggi, umiliazioni, torture. Non episodi isolati, ma una pratica ricorrente. Nell’inchiesta della Procura di Milano si parla di insulti, minacce, schiaffi, calci, pugni, ginocchiate, cinghiate. Agenti in gruppo si sarebbero accaniti su singoli ragazzi, poi rinchiusi in isolamento, ammanettati, spogliati, ancora sanguinanti. E tutto questo sarebbe stato coperto dai vertici delle precedenti amministrazioni.
Attualmente nell’istituto sono presenti 66 ragazzi, la maggioranza in custodia cautelare. La struttura è tra le più grandi — e più sovraffollate — d’Italia. In celle già anguste, alcuni dormono su materassi stesi a terra. In estate le attività sono ridotte al minimo: le giornate scorrono vuote, nel caldo asfissiante e nello sporco delle sezioni, nei passeggi sotto il sole rovente, senza praticamente nulla da fare.
Concentrare tanti minori fragili nello stesso orribile luogo, invece di inserirli in contesti educativi e di supporto, è un errore annunciato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: incuria, tensioni quotidiane, uso diffuso di psicofarmaci e sedativi, frequenti episodi di autolesionismo. Un carcere per minori — praticamente identico in tutto e per tutto a uno per adulti — non dovrebbe esistere. Non educa, non riabilita. Al contrario, aggrava fragilità e disagi, rischiando di trasformarli in qualcosa di ben più pericoloso.
Ciò che accade a Milano è parte di un problema nazionale: il sistema penale minorile italiano, un tempo all’avanguardia in Europa, sta scivolando da un approccio educativo, che considerava la detenzione un’extrema ratio, verso una logica sempre più punitiva e carcero-centrica. Il Decreto Caivano ha ampliato la reazione penale e il ricorso al carcere anche per reati non gravi. Nonostante il calo dei reati minorili, le misure restrittive sono aumentate e sempre più giovani finiscono dietro le sbarre. Quando questo governo si è insediato, negli IPM c’erano 392 detenuti; oggi sono 611, con un incremento del 55%. Una crescita senza precedenti, voluta politicamente e non giustificata da un aumento della criminalità.
La destra al potere sta imponendo un modello di giustizia minorile disumano e fallimentare, fondato sulla logica punitiva simboleggiata dal carcere. È una regressione grave, che cancella progressivamente ciò che di buono il nostro paese era stato capace di sperimentare: percorsi di studio, formazione, inclusione, vita comunitaria e legami con il territorio — strumenti di prevenzione e riabilitazione che non fanno notizia, ma che sono gli unici a dare risultati, come dimostrano ricerche ed esperienze.
Viene da chiedersi se l’obiettivo sia davvero risolvere i problemi o piuttosto gonfiarli, per poi speculare politicamente su propaganda e paura.
Ispezione a sorpresa al CPR di Corso Brunelleschi, Torino
Madam President, everyday in Gaza and across Palestine, people are injured, killed, displaced. Land is stolen. Humanity denied. Life suppressed. How did we get to this point? And what is our responsibility?
This is not just a matter of international politics. It is also a matter of political economy, of capital, greed and profit. Private corporations actively fuel and profit from the Zionist settler colonial project, the occupation and the ongoing genocide. This is the key message of the latest UN report by Special Rapporteur Francesca Albanese.
A powerful capitalistic machine of profit is feeding destruction. Arms manufacturers like Lockheed Martin, Leonardo and Thales supply the weapons and fuel military escalation. Tech giants such as Google, Amazon and Meta enable mass surveillance and repression with no ethical restraint. Construction and machinery firms like Caterpillar and Volvo deliver the bulldozers that demolish Palestinian homes.
Ladies and gentlemen, this is a coordinated system of profit. This is racial colonial capitalism. Genocide continues because it is profitable. But we have a duty. The European Union must suspend the EU-Israel Association Agreement now.
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