NOTA STAMPA : SALIS (AVS): “CICLONE HARRY: CAMBIAMENTO CLIMATICO ACUISCE DISUGUAGLIANZE. SERVONO RISORSE PER SUD EUROPA”

“Gli eventi climatici estremi che hanno colpito il Sud dell’Europa non sono calamità isolate. Nel Sud Italia queste sono infatti il punto di rottura tra crisi climatica e disuguaglianze mai affrontate. Qui al clima che cambia si aggiunge una fragilità storica che riemerge. Alluvioni, incendi, siccità colpiscono territori già segnati da spopolamento, infrastrutture deboli, servizi ridotti”, così l’eurodeputata di Alleanza Verdi e SinistraIlaria Salis, intervenuta oggi durante la seduta plenari dell’Europarlamento in corso a Strasburgo.

“Qui la crisi climatica aggrava una questione meridionale che non si può non vedere. Le risposte non possono limitarsi all’emergenza. A cui peraltro si arriva a rispondere con un ritardo indecente. -ha proseguito Salis - Serve prevenzione, cura del territorio, investimenti nei piccoli comuni, protagonismo delle comunità locali”.

“Il Sud non è una periferia da assistere, ma una frontiera dove si misura la credibilità dell’Europa sulla solidarietà. Rafforzare i meccanismi europei significa partire da qui: dare risorse, poteri e fiducia ai territori che resistono ogni giorno. Perché senza giustizia territoriale non c’è vero adattamento climatico”, conclude.

Restoring control of migration: returns, visa policy and third-country cooperation (topical debate)

Signor Presidente, onorevoli colleghi, è sotto gli occhi di tutti quello che sta accadendo negli Stati Uniti: la grande deportazione è in corso, la caccia all'immigrato si trasforma in rastrellamenti di massa, l'ICE si comporta come la Gestapo. I sedicenti patrioti si rivelano per quello che sono veramente: dei vili suprematisti bianchi.

In Europa la situazione non è meno grave, le destre ossessionate dai migranti la stanno rendendo ancora peggiore. Non c'è l'ICE, ma abbiamo Frontex, l'agenzia europea che coordina e supporta le polizie nazionali. Frontex opera soprattutto alle frontiere dell'Unione e nei paesi terzi, collaborando spesso con regimi autoritari e brutali.

Il Mediterraneo è divenuto la rotta migratoria più letale del mondo. Lungo la rotta balcanica si muore di freddo, mentre squadracce di fascisti danno la caccia ai migranti. In Libia, i veri trafficanti di esseri umani imprigionano e torturano le persone per impedirgli di partire. In Albania abbiamo ormai pronta la nostra piccola Guantanamo. Nei CPR la vita umana viene continuamente umiliata e offesa. In tutta Europa, i nostri concittadini senza cittadinanza sono trattati come esseri umani di serie B, iper sfruttati dai padroni, discriminati dallo Stato.

C'è però uno stesso spirito di resistenza che unisce Minneapolis alle ONG che salvano i migranti in mare, che unisce la rivolta di Los Angeles con le lotte dei lavoratori stranieri in Europa, che collega la ferrovia sotterranea americana con quella europea.

Quello è e sarà sempre il nostro spirito: solidarietà umana e internazionalista, oltre ogni confine.

Contrastare i deepfake dell'IA e lo sfruttamento sessuale sui social media avvalendosi appieno delle norme digitali dell'UE (dibattito)

Signora Presidente, onorevoli colleghi, Internet è uno strumento straordinario, ma può anche essere davvero pieno di merda.

Con l'avvento dell'intelligenza artificiale si stanno raggiungendo livelli inauditi e inquietanti. Di recente abbiamo assistito a un fenomeno grave e disgustoso: le immagini di migliaia di persone – soprattutto donne, ma anche minori – virtualmente "spogliate" attraverso Grok, l'intelligenza artificiale della piattaforma X.

Sia chiaro, la responsabilità, innanzitutto, è di quell'orrenda mentalità patriarcale e sessista di milioni di utenti. Tuttavia, un social network che consente e favorisce la creazione di deepfake getta benzina sul fuoco.

Oggi i social sono un'infrastruttura essenziale della comunicazione e della nostra vita. Chi li gestisce esercita un potere enorme e dovrebbe rispondere a criteri di responsabilità, trasparenza e valori, cosa che evidentemente manca ai capitalisti senza scrupoli e morale come Elon Musk.

Che cosa stiamo aspettando in Europa per liberarci dalla dipendenza da queste piattaforme private americane e iniziare a costruire social network pubblici?

La tecnologia e l'intelligenza artificiale non sono mai neutre. Devono essere governate democraticamente, sottoposte a controllo pubblico, orientate a principi etici chiari.

Ispezione al Carcere Regina Coeli - Roma

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Ilaria Salis: “Con il caso di Maja T. in gioco i nostri valori democratici”

Intervista all’europarlamentare, che parla dell’attivista tedesca estradata e detenuta in Ungheria.

Massimo Congiu

Maja T. ha 24 anni ed è cittadina tedesca. Si trova in carcere, in Ungheria, accusata dai giudici di aver preso parte a un’aggressione nei confronti di manifestanti neonazisti durante le parate del Giorno dell’onore nel febbraio del 2023 a Budapest. In tribunale compare con le manette ai polsi e con le catene alle caviglie, ha rifiutato di patteggiare una pena di 14 anni e ora rischia una sanzione ancora peggiore. Reduce da uno sciopero della fame di 40 giorni che l’ha minata fisicamente, sconta la sua prigionia in isolamento in pessime condizioni detentive. MicroMega ne parla con l’onorevole Ilaria Salis, europarlamentare di AVS.

Maja T. è detenuta a lungo in un carcere ungherese e a gennaio rischia una condanna a 24 anni. Onorevole Salis, immagino lei si riveda in questa vicenda.   

Quando, a febbraio del 2025, l’ho vista portata in catene alla prima udienza ho provato un tuffo al cuore. Vederla ha rievocato in me i fantasmi di momenti terribili della mia vita. Maja si trova in carcere in Ungheria da giugno del 2024, è stata estradata pochi giorni dopo il mio rientro in Italia, io sono tornata da Budapest il 15 giugno, dopo le elezioni, lei è stata estradata il 28 di quel mese con una proceduta che ha dell’assurdo. Prima ancora aveva scontato un periodo di detenzione cautelare in Germania; tenendo conto anche di questo risulta che Maja è in prigione da due anni. A questo punto c’è da considerare il rischio, a suo carico, di una pena di 24 anni di carcere, praticamente un ergastolo, e questo mi ricorda lo stato d’animo d’angoscia in cui vivevo in quel periodo anche per le tante privazioni che caratterizzano le carceri ungheresi, nel senso che, per esempio, si viene privati della luce del sole, le celle sono buie, la mattina ti svegliano battendo sul blindo della porta, accendendo i neon, poi si sentono urla disumane che provengono dalle altre celle e non si capisce cosa succeda. Quindi, oltre alle privazioni materiali dovute al suo stato di detenzione, c’è anche la minaccia di questa condanna spropositata che in pratica è già stata decisa dal governo. Una condanna scritta a priori come risultato di un processo politico, una sorta di rappresaglia, di vendetta politica in cui il governo si  esprime prima ancora che lo facciano i giudici sostenendo le accuse folli del PM, un processo farsa, insomma. Questo è l’aspetto centrale del tutto.

Ha modo di comunicare con lei, anche indirettamente? Se sì, che notizie ha?

No, non ho alcun tipo di comunicazione con lei e le notizie che ricevo sono quelle che circolano tramite i giornali e tramite coloro i quali seguono questo caso, sono le informazioni diffuse dai suoi familiari, da chi supporta Maja, nient’altro.

 Cosa si sta facendo a livello europeo a suo favore? 

 C’è da tenere conto del fatto che Maja è cittadina tedesca ed è stata estradata dalla Germania in Ungheria, quindi spetta alla Germania prendere in mano la situazione. È auspicabile che Maja venga riportata al più presto nel suo paese e che sia processata lì in quanto in Ungheria non potrà contare su un procedimento giusto. Non c’è altro da fare, anche perché purtroppo le istituzioni europee non possono interferire neanche nel caso di stati membri, e quando questi ultimi violano lo Stato di diritto si apre una grande contraddizione. Di recente, all’ultima seduta plenaria del Parlamento europeo, abbiamo votato con una larga maggioranza un rapporto che denunciava la grave situazione in cui si trova lo Stato di diritto in Ungheria. Questo è un problema per Maja e per tantissime altre persone che in Ungheria sono considerate oppositrici o comunque non gradite, come, per esempio, i membri della comunità LGBT. Tale aspetto va a interferire con la libertà di migliaia di persone, e la contraddizione è che il rapporto chiedeva alle istituzioni europee di cessare l’erogazione dei fondi all’Ungheria e di portare avanti la procedura dell’articolo 7 che si applica nei casi di paesi che violano in modo consistente e persistente i valori fondanti dell’Ue. Ciò che l’Unione non può fare è intervenire in casi specifici come quello di Maja, solo la Germania può farlo e dovrebbe attivarsi visto che, ripeto, in Ungheria Maja dovrà sottoporsi a un processo privo delle minime garanzie democratiche.

A ottobre, dopo la plenaria, ha lanciato un appello a suo favore.

L’ho fatto anche perché il rapporto che ha confermato l’immunità parlamentare a mio favore ravvisava nel caso che mi riguardava la presenza di fumus persecutionis, quindi l’evidente intento da parte del governo ungherese di processarmi e incarcerarmi con una chiara volontà di persecuzione politica. Io credo che questo sia un documento importante il cui contenuto possa descrivere anche il caso di Maja la cui estradizione è stata dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale tedesca. Sul mio si sono pronunciate le sentenze emesse dalle magistrature dei diversi paesi membri, anche il Parlamento europeo si rendeva conto che nel mio caso c’era un evidente intento di persecuzione politica. La relazione è stata votata, quindi questo vuol dire che a maggior ragione a un antifascista, a un oppositore politico non può essere garantito un processo giusto in Ungheria. Io avevo chiesto di essere processata in Italia prima del voto sull’immunità, richiesta che non ha avuto seguito. Non che io volessi sottrarmi al processo, il punto è che in Ungheria non potevo contare su un procedimento equo e giusto nei miei confronti, lo stesso va detto per Maja che viene portata alle udienze in catene e non la attende un giudizio sereno. A livello europeo è vietato portare a processo una persona con mezzi di coercizione fisica perché questo lede il principio di presunzione di innocenza.

 Che idea si è fatta dell'estradizione che ha portato Maja in Ungheria?

Tutto è vergognoso in questo procedimento, anche le sue modalità. È sconcertante che un paese come la Germania abbia potuto permettere una cosa del genere. Il tribunale di Berlino, che è una corte di prima istanza, aveva concesso l’estradizione all’Ungheria e la difesa aveva impugnato questa sentenza di fronte alla Corte costituzionale federale. Per un problema di tempi tecnici questo ricorso aveva un effetto sospensivo a partire dal giorno dopo. Più precisamente, il ricorso deve essere depositato materialmente e a quel punto può scattare l’effetto sospensivo. Va però sottolineato il fatto che prima ancora che scattasse questo meccanismo, Maja era stata prelevata dalla cella alle tre di notte, svegliata, scortata da guardie col passamontagna armate fino ai denti,  incappucciata in modo che non potesse vedere, caricata su un elicottero, trasferita in Austria e da lì in Ungheria, e quando è arrivata la sospensione Maja si trovava già nelle mani della polizia ungherese da un’ora, e non è stata riportata in Germania.  La Corte costituzionale federale si è espressa dichiarando illegittima l’estradizione considerando anche le condizioni detentive del sistema carcerario ungherese, l’impossibilità di un processo giusto e le discriminazioni di cui è oggetto Maja sia per le sue idee politiche sia perché è una persona non binaria che si trova nel paese più repressivo dell’Ue nei confronti delle persone LGBT. Di fatto, però, continua a essere tenuta praticamente in ostaggio in Ungheria.

 Le risulta che in Germania sia sorto un movimento come quello che si è creato in Italia per sostenere la sua liberazione? 

Come quello non saprei, immagino ci siano delle differenze, delle specificità legate alla natura e alla situazione di ciascun paese. Vorrei comunque ricordare che a giugno Maja aveva intrapreso uno sciopero della fame, la sua richiesta era di essere riportata in Germania e processata lì. Un gesto estremo che esponeva la sua salute a gravi rischi; per questo era stata trasferita in un ospedale penitenziario che si trova ai confini orientali del paese, in un luogo fuori mano difficilmente raggiungibile per i suoi familiari, per il suo avvocato, per chiunque volesse farle visita. Con lo sciopero della fame Maja ha rischiato la vita, e di fronte a questo l’opinione pubblica tedesca ha iniziato a interessarsi maggiormente al suo caso la cui visibilità è cresciuta in quel periodo, il problema è che poi di fatto non si è arrivati a soddisfare le richieste di Maja, non le sono stati concessi i domiciliari, il giudice non glieli ha voluti dare per diversi motivi, anche per lo sciopero della fame. Assurdo. Sciopero che poi ha dovuto sospendere perché ne andava della sua stessa vita, però, di fatto, la situazione è rimasta immutata, non c’è stato un miglioramento. Immagino che sia difficile tenere alto il livello dell’attenzione nel lungo periodo. 

 Maja ha chiesto di non essere abbandonata. A suo avviso esiste questo pericolo? 

Io spero di no, il fatto è che si deve trovare una soluzione concreta, va bene la solidarietà, ma occorrono interventi incisivi. Questa detenzione mette a repentaglio la sua salute, la sua vita, stiamo parlando di una persona privata della luce, di un’alimentazione adeguata, io lo so bene, a volte l’acqua dal rubinetto scorre marrone, tutto ciò è stressante dal punto di vista fisico, bisogna trovare una soluzione il prima possibile. Maja deve tornare in Germania, tra l’altro è in isolamento da un anno e mezzo, ciò significa che non parla con nessuno, è sola per 23-24 ore al giorno, e questo ha delle ricadute psicologiche. Certo, può comunicare con la sua famiglia, il padre è molto impegnato, molto attivo nella campagna per la figlia, è molto presente, rilascia interviste, l’estate scorsa ha anche organizzato una marcia, è stato un gesto dimostrativo per riportare l’attenzione sul caso. Il punto è che, lo ripeto, bisogna trovare una soluzione prima che la salute di Maja sia compromessa per sempre.           

 Sulla base della sua esperienza passata e attuale che percezioni ha rispetto allo sviluppo di questa vicenda?

La Germania deve intervenire, non so se lo farà, e se sì bisogna vedere se questo intervento verrà accolto dalla controparte ungherese perché il problema è che Maja è fisicamente nelle mani dell’autorità giudiziaria di Budapest che potrebbe anche decidere di andare avanti per la sua strada. Considerando l’accanimento contro l’antifascismo in quel paese sono molto preoccupata, spero che la Germania mostri la determinazione dovuta per risolvere in modo definitivo questo problema. Ciò è possibile tecnicamente e occorre un intervento deciso perché in Ungheria le condizioni detentive sono indegne, minano la salute dei ristretti e, come ho già precisato più volte, Maja non può contare su un procedimento corretto. Per gennaio sono previste quattro udienze, per il 22 di quel mese è in programma la sentenza che minaccia di essere agghiacciante per la sua sproporzione. Tutto questo in un processo che non dà a Maja alcuna possibilità di difendersi.

Il suo arresto, quello di Maja, di cosa sono segno a suo modo di vedere?

Quello di cui parliamo è un procedimento giudiziario folle che rientra in una retorica sovranista, il governo Orbán si inventa nemici per ergersi a difensore della patria, nemici che vengono sempre dall’esterno,i migranti, l’Ue, gli antifascisti stranieri che vanno lì a manifestare. La retorica del nemico serve alla costruzione del consenso, quindi ai fini di una propaganda interna. Aggiungo che viste le elezioni previste per la prossima primavera ci sarà una propaganda ancora più martellante. Il problema è quando i governi di altri paesi vedono questo come un modello, a quel punto c’è davvero da fare qualcosa, io credo che chiunque sia dotato di buon senso in Italia non voglia che qui si crei lo stesso clima politico che caratterizza l’Ungheria di Orbán. C’è da combattere questa deriva autoritaria anche nel nostro paese.

https://www.micromega.net/ilaria-salis-con-il-caso-di-maja-t-in-gioco-i-nostri-valori-democratici

Urgente necessità di lottare contro la discriminazione nell'UE attraverso la direttiva orizzontale antidiscriminazione (discussione su tematiche di attualità)

Signor Presidente, onorevoli colleghi, i lavori sulla direttiva antidiscriminazione sono praticamente fermi dal 2008, 17 anni.

In 17 anni, l'Unione europea non è riuscita a fare un concreto passo avanti su una materia che dovrebbe essere ovvia, elementare, condivisa.

O forse no? O, forse, c'è davvero qualcuno, in quest'Aula e nei governi nazionali, che pensa sia legittimo discriminare una persona per la sua religione, per una disabilità, per l'età o per l'orientamento sessuale? Se è così, almeno abbiate il coraggio di dirlo apertamente, perché qui non stiamo parlando di una riforma radicale, che pur sarebbe necessaria, stiamo parlando del minimo sindacale: garantire a tutte e tutti, nessuno escluso, un trattamento equo.

Invece, la fantomatica "Europa dei diritti" resta bloccata da veti nazionali e da maggioranze di destra, incapace di difendere persino le basi della dignità umana.

La libertà di discriminare non è una libertà: è un abuso. Ed è un abuso che rende la nostra società più ingiusta e più violenta.

Se l'Unione europea non è in grado di affermare questo principio minimo, allora dobbiamo chiederci seriamente che cos'è l'Europa oggi.

Applicazione del concetto di "paese terzo sicuro" (votazione)

Signora Presidente, onorevoli colleghi, anche noi, come The Left, contestiamo il mandato relativo ai dossier su paesi terzi e paesi d'origine cosiddetti sicuri.

Il motivo è molto semplice, ma di una gravità estrema: questi dossier sanciscono di fatto la distruzione del diritto d'asilo in Europa.

La nostra unione politica nasce dalla tragedia delle guerre mondiali e dai milioni di profughi e rifugiati che esse produssero. Si fonda – si dovrebbe fondare – su valori e principi chiari e non negoziabili: apertura, protezione, uguaglianza e riconoscimento dei diritti di ogni essere umano.

Oggi, invece, questi principi vengono sacrificati sull'altare della guerra alla migrazione, una stupida guerra razzista combattuta per ragioni di propaganda e non certo per reale necessità.

I responsabili di questa grave regressione democratica sulla pelle dei migranti siedono in quest'Aula, precisamente nell'ala destra dell'emiciclo: vanno dai popolari fino all'estrema destra, ovvero fino agli eredi politici dei fascismi che quelle guerre le provocarono.

È questa la nuova maggioranza su cui si regge la Commissione von der Leyen? Fateci sapere.

Presentazione del piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili (seguito della discussione)

Signora Presidente, onorevoli colleghi, l'Italia è il paese europeo con i salari più bassi in rapporto al costo della vita. La metà dei lavoratori guadagna meno di 1 700 euro al mese e, a Milano, l'affitto medio di un appartamento di 60 metri quadri è di 1 422 euro al mese, a Firenze 1 344 euro, a Venezia 1 284 euro, a Roma 1 104. Sono numeri che parlano chiaro: nelle città italiane l'accesso alla casa è diventato un privilegio.

Siamo di fronte a una vera e propria catastrofe sociale. Una catastrofe, però, che non ha cause naturali, è il prodotto di precise scelte politiche e quindi può essere affrontata. Serve solo la volontà a livello europeo.

Basterebbe adottare subito alcune semplici misure: una tassazione sugli immobili lasciati sfitti, il blocco dei canoni di locazione in rapporto ai salari reali, una tassazione fortemente progressiva sulla rendita, il divieto di affitti brevi turistici nelle aree ad alta tensione abitativa e, soprattutto, un massiccio stanziamento di fondi europei vincolati a piani di edilizia residenziale pubblica.

Eppure nessuna di queste misure trova spazio nel piano europeo per la casa appena presentato dal Commissario. Che cosa stiamo aspettando? Per quanto ancora pensate di poter ignorare una crisi che colpisce milioni di cittadini europei?

COMUNICATO STAMPA: SUDAN, SALIS (THE LEFT/SINISTRA ITALIANA): “NON DIMENTICHIAMO RIVOLUZIONE SOFFOCATA NEL SANGUE. PER IL SUDAN SERVE INIZIATIVA POLITICA UE NON SOLO UMANITARIA”

“Da oltre due anni e mezzo, la popolazione del Sudan è travolta da una guerra atroce. Una guerra in cui la tortura, i sequestri, gli stupri, gli omicidi, la carestia imposta sono sistematicamente utilizzati come strumenti di terrore. A scontrarsi sono due forze militari: da un lato l’Esercito Sudanese, il SAF; dall’altro le Forze di Supporto Rapido, le RSF.
Entrambe sono state e sono tuttora legittimate e sostenute da potenze straniere — riconosciute, finanziate e armate da chi nella regione persegue interessi imperialisti o cerca partner per controllare la migrazione, compresa l’Unione Europea”, così l’Eurodeputata di The Left Ilaria Salis oggi in aula a Strasburgo, dove l’Europarlamento ha discusso una risoluzione sulla guerra civile e la crisi umanitaria in corso in Sudan

“Ma per capire davvero ciò che sta accadendo - senza ridurre la guerra, con il nostro sguardo orientalista, a mera catastrofe umanitaria - dobbiamo fare un passo indietro. Tra il 2018 e il 2019, il Sudan è stato attraversato da un vento rivoluzionario potentissimo.
Una vera sollevazione popolare: milioni di persone, soprattutto giovani e donne, si sono mobilitati attraverso comitati di quartiere, organizzazioni di base, scioperi e manifestazioni di massa. Chiedevano diritti e giustizia sociale, e volevano farla finita con il regime di Al Bashir. Quella straordinaria mobilitazione riuscì a rovesciare una dittatura militare durata trent’anni e ad aprire una possibilità di transizione civile e democratica”, ha aggiunto Salis che è la relatrice ombra per il gruppo The Left.

Dopo aver ricordato la rivoluzione del popolo sudanese, l’esponente della sinistra ha sottolineato la necessità della presenza di una vera iniziativa diplomatica e non solo umanitaria: “Quella straordinaria mobilitazione riuscì a rovesciare una dittatura militare durata trent’anni e ad aprire una possibilità di transizione civile e democratica. Ma, mentre gli insorti furono lasciati colpevolmente soli dalla comunità internazionale, sia il SAF che le RSF – le stesse due forze che oggi si affrontano e contendono il potere – allora collaborano per reprimere nel sangue la rivoluzione, per soffocare le aspirazioni democratiche del popolo sudanese. La contro-rivoluzione pose fine alla transizione civile, e la continuità con la vecchia dittatura militare fu ristabilita. E da lì si è sviluppato il conflitto devastante che oggi sta distruggendo il Paese. Ecco, il Sudan ci parla di questo: quando si tratta di schiacciare una rivoluzione, i nostri nemici si uniscono. Quando poi si tratta di spartirsi il potere, si fanno la guerra sulla pelle della popolazione. E noi, cosa abbiamo fatto, cosa facciamo per sostenere il Sudan?”.

Ilaria Salis: “Affitti? Servono soluzioni radicali, in città impossibile vivere con stipendi normali”

Dai prezzi insostenibili degli affitti alle case popolari vuote, dalle norme sugli sfratti alle città che diventano sempre più escludenti: abbiamo intervistato Ilaria Salis per fare il punto sulla crisi abitativa.

A cura di Annalisa Girardi

La crisi abitativa è una delle grandi emergenze che in Italia, così come nel resto d'Europa, ci troviamo ad affrontare negli ultimi anni. La situazione è progressivamente peggiorata, fino a diventare insostenibile in molte città, dove ormai il prezzo medio degli affitti è superiore a quello di tanti stipendi. E questo, a cascata, crea una serie di problematiche: dall'aumento delle diseguaglianze alla gentrificazione, dalla perdita di coesione sociale all'aumento della marginalità. Insomma, il problema c'è e va risolto. Ma servono soluzioni capaci di guardare lontano. Ne abbiamo parlato con Ilaria Salis, eurodeputata del Gruppo The Left, partendo dall'esempio di New York, dove il nuovo sindaco Zohran Mamdani ha promesso il blocco degli affitti e un programma basato sull'accessibilità delle città per tutte e tutti.

New York, la città più capitalista del mondo, qualche settimana fa ha eletto un sindaco socialista con un programma che, ad esempio, blocca il prezzo degli affitti. Intanto l'Europa del welfare vive una crisi abitativa che non sembra in grado di affrontare. Forse possiamo imparare qualcosa da Zohran Mamdani?

La vittoria di Mamdani a New York è stata la vittoria di un programma estremamente avanzato, molto radicale sia dal punto di vista dei diritti sociali sia dal punto di vista dei diritti civili che, per come la vedo io, devono sempre andare a braccetto. Io sono di Milano, che sotto determinati punti di vista è una piccola New York: è una città storicamente composta da persone immigrate e che adesso si trova ad espellere non solo i più poveri, ma addirittura anche la classe media. A Milano ormai è diventato impossibile mantenersi con uno stipendio normale: ci sono insegnanti o infermieri costretti a cercare casa molto lontano e affrontare viaggi lunghi, costosi, per lavorare in città. E questo ovviamente va anche a danneggiare tutta l'economia locale, la coesione sociale, il territorio l'identità stessa della città.

Ma cosa sta facendo l'Europa a riguardo? Alla fine non è un problema solo italiano, ma che riguarda tutta l'Unione…

A dicembre dovrebbe arrivare una proposta della Commissione, che perlomeno si è accorta che è in corso una crisi degli alloggi. Ci stiamo lavorando all'interno della commissione Hous (la commissione speciale sulla crisi degli alloggi nell'Unione europea, ndr), ma questa problematica non viene affrontata nella maniera giusta a livello europeo. Perché si va a tutelare la rendita, la proprietà privata e la capacità dei proprietari di disporre – secondo le regole del mercato libero – delle abitazioni: ma proprio questo ci ha portato alle condizioni in cui siamo ora. L'Europa non propone una regolamentazione a livello europeo, con la limitazione degli affitti brevi che sono in parte responsabili di questa crescita estrema e repentina dei prezzi degli affitti negli ultimi anni: dunque non va ad affrontare la questione da un punto di vista sociale. Anzi, si vanno a ridurre gli oneri normativi per la costruzione, andando poi a creare delle situazioni come quella che abbiamo visto a Milano, dove c'è una totale deregolamentazione e dove gli enti pubblici si piegano a quelli che sono gli interessi delle imprese di costruzione e del capitale finanziario.

Insomma, qualcosa si sta facendo, ma non si sta andando nella direzione giusta. Come Gruppo The Left abbiamo proposto oltre cento emendamenti, perché secondo noi va riscritta in un'ottica che vada invece a favorire l'edilizia residenziale pubblica, l'edilizia sociale e che ponga un limite agli affitti brevi.

A proposito di affitti brevi. Quando il governo ha approvato la Manovra c'era stata, anche se solo per qualche giorno, l'idea di aumentare la tassazione per gli affitti brevi, ma poi erano arrivate subito le proteste e la retromarcia…

Sì, ma si parlava di qualche punto percentuale, quindi nulla di eclatante. Però sarebbe stata comunque un'entrata in più nelle casse dello Stato, che si sarebbe poi potuto investire nella ristrutturazione delle case popolari. Dobbiamo anche ricordarci di questo fenomeno delle case popolari lasciate colpevolmente vuote, per una politica criminale di tanti enti gestori in Italia, è uno scandalo tutto italiano. Comunque, a livello fiscale io credo che ci siano da fare interventi ben più energici: credo che tutti gli affitti dovrebbero essere tassati come il reddito, in maniera progressiva. Non vedo perché un proprietario, che ha degli introiti da una rendita, dovrebbe essere avvantaggiato rispetto a chi invece ha un reddito da lavoro dipendente.

Il governo però sembra volersi concentrare su un altro tema, cioè su come snellire la burocrazia per gli sfratti. Cosa ne pensa?

Penso prima di tutto che la modalità di questo governo, di gestire quelle che sono le problematiche sociali con la repressione con la forza pubblica, è qualcosa di gravissimo. Non è solo inaccettabile a livello etico, ma anche da un punto di vista pratico, a lungo termine non funzionerà. Noi, come Gruppo The Left, anche a livello europeo stiamo cercando di introdurre maggiori tutele per le persone che possono essere sfrattate: le tutele andrebbero accresciute in un in una tolte. Però il punto è che questo governo non riconosce la separazione dei poteri e cerca di invadere costantemente il campo della magistratura, nel tentativo di indebolirla: in uno stato di diritto l'applicazione della legge al singolo caso viene fatta dalla magistratura, non da un organo ministeriale, quindi dal governo, come propongono.

Però allora cosa si deve rispondere ai proprietari che hanno bisogno del loro immobile, che però è occupato da persone che non riescono a mandare via? C'è un problema di legge che non viene applicata?

Credo che si debba valutare la situazione e penso che uno sfratto possa essere eseguito nel momento in cui viene trovata un'alternativa per la persona che è dentro quella casa, se questa si trova in una situazione di necessità. Quindi penso a una casa popolare, un affitto agevolato, un affitto a canone concordato: però non si può mettere una una persona per strada. Ma sappiamo che spesso trovare queste soluzioni non è qualcosa che avviene rapidamente in Italia.

Un problema, rispetto all'edilizia popolare pubblica, è anche che spesso gli immobili effettivamente ci sono, ma devono essere ristrutturati per essere abitabili e non ci sono i soldi per farlo…

Certo, quello delle case popolari che vengono lasciate vuote è un gigantesco problema, anche perché contribuisce a far crescere i prezzi degli affitti privati, riducendo l'offerta sul mercato. Ci sono appunto delle percentuali molto alte di patrimonio pubblico lasciato sfitto, che dovrebbe essere destinato a persone aventi diritto a una casa popolare. A livello nazionale parliamo di 55mila appartamenti che dovrebbero essere ristrutturati e messi nelle condizioni di essere assegnati: questo intervento però non viene svolto e questo poi crea delle liste d'attesa lunghissime e mette diverse persone in situazioni di grande difficoltà. L'Italia inoltre è uno dei Paesi dove la percentuale di edilizia pubblica, se si considera l'intero patrimonio edilizio, è molto piccola: siamo attorno al 3% o 4%, mentre in Paesi come l'Olanda arriva anche al 30%.

Cambiamo tema per l'ultima domanda. In Commissione Libe, qualche settimana fa, avete visionato un report sullo stato di diritto in Ungheria. La situazione sta peggiorando?

C'è stata una missione, di una delegazione del Parlamento europeo, che si è recata in Ungheria questa primavera e ha svolto una serie di incontri per monitorare la situazione dello stato di diritto in Ungheria. Questo è necessario perché contro l'Ungheria è stata aperta una procedura per Articolo 7, ovvero una procedura che si apre quando in un Paese ci sono rischi di violazioni gravi e sistematiche dei valori fondanti dell'Unione europea. Rispetto alla situazione constatata durante la precedente missione, risalente a qualche anno fa, è emerso che la situazione in Ungheria è peggiorata ulteriormente a livello di libertà di stampa, di repressione della della società civile, di repressione del dissenso e anche a un livello che riguarda la separazione dei poteri e la magistratura.

Insomma, la situazione in Ungheria sta ancora peggiorando. Ed è inaccettabile che un Paese che si rende sistematicamente responsabile di queste violazioni, che calpesta i valori europei – quindi essenzialmente la democrazia l'Unione europea, per approfittare soltanto dei benefici economici che trae dallo stare in questo in questo consesso – stia nell'Unione. Per cui io credo che l'Ungheria di Orban non dovrebbe stare nell'Unione europea.

https://www.fanpage.it/politica/ilaria-salis-affitti-servono-soluzioni-radicali-in-citta-impossibile-vivere-con-stipendi-normali/