Vipera

Quindici mesi di carcere in Ungheria.
Un processo ingiusto, con una sentenza già scritta, e il rischio di essere nuovamente
arrestata. La storia di Ilaria Salis è un manifesto di resistenza e speranza, un grido di
libertà contro ogni oppressione. Scritto nell’autunno 2024, in collaborazione con Ivan
Bonnin.
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Ho conosciuto l’oscurità del carcere, ma anche la luce della solidarietà. 

Estratto dal Capitolo 1


Quando il furgone si ferma nello spiazzo davanti alla questura, la sera inizia a stendere il suo velo sui palazzi, e la mia inquietudine aumenta. La questura di Teve Utca è un moderno edificio di otto piani, costruito negli anni novanta, quasi interamente in vetro. Dalla sua sommità svetta una torre, ricoperta di antenne satellitari, che sembra sorvegliare la città in modo minaccioso. Le alte facciate riflettono gli ultimi freddi bagliori del giorno, creando un’atmosfera glaciale e Distante. “Antifa? Duce! Duce! Mussolini!” È questo il benvenuto che mi riservano due agenti in borghese nell’atrio della questura. La cosa non mi stupisce particolarmente: anche in Italia, durante il mio percorso da militante dei movimenti sociali, ho avuto qualche esperienza di fermi e, tra questure e 16 caserme, non è affatto raro imbattersi in esponenti delle forze dell’ordine che inneggiano al Duce e al fascismo. Quelle sono anche le ultime parole che riesco a capire prima che la cacofonia dell’oscura Babele ugrofinnica, la lingua ungherese, mi travolga. In questo momento ho la sensazione che la mia disavventura sarà intensa, ma anche che terminerà abbastanza in fretta. Con ogni probabilità, penso tra me e me, mi gonfieranno di botte, poi mi porteranno al primo confine e mi scaricheranno lì. Poco male, spero almeno di cavarmela rapidamente e di non uscirne troppo malconcia. L’ascensore ci porta al settimo piano, dove entriamo in un piccolo ufficio senza finestre. 

A questo punto, la lentezza e l’attesa diventano le note dominanti, il contrappasso della concitazione delle ore precedenti. Sono qui da un sacco di tempo ormai, e nessuno sembra preoccuparsi che io abbia ancora i polsi ammanettati dietro la schiena. In compenso, continuano a ripetermi sempre la stessa parola, che a me suona come “GNaaa? GNaaa?”, e mi guardano come se si aspettassero una risposta. Solo più tardi arriverà un’interprete che mi spiegherà che quella parola, che in realtà è anya,significa “mamma” e che il nome della madre da nubile è un elemento fondamentale per identificare le persone in Ungheria. Ma dove sono finita? Che probabilità ho di capire qualcosa, di avere anche solo dei riferimenti per orientarmi, se nella maggior parte delle lingue del mondo, perfino in cinese, la parola “mamma” inizia con il suono m? All’improvviso fa il suo ingresso nell’ufficio il poliziotto con la barbetta, e comincia subito a urlare. “It’s impossible you speak no English!” Certo che parlo inglese, gli spiego, ma ho chiesto la presenza di un interprete per potermi esprimere nella mia lingua madre ed evitare qualsiasi fraintendimento. Dopo essersi esibito in altre ridicole sceneggiate, l’agente viene mandato via dai suoi colleghi. Deve proprio essere il suo copione: arrivare, dare di matto, e poi venire sempre allontanato. Entra in scena un altro poliziotto, molto gentile. Mi dice in italiano: “Buongiorno signorina, possiamo parlare un po’?”. Mi tende la mano, mellifluo, e io per un istante rimango interdetta. Accipicchia, che cambio d’atteggiamento. Ha un tono seduttivo, la frase che mi ha detto, ma poi capisco che l’ha semplicemente imparata a memoria: subito dopo, infatti, balbetta e ammette in inglese di non parlare bene l’italiano. E così finisce, prima ancora che sia veramente iniziata, la patetica commedia dello sbirro buono e dello sbirro cattivo. Infine, arriva l’interprete. A dire il vero, anche il suo italiano è un pochino approssimativo, ma almeno riesce a spiegarmi qualcosa, come la questione del nome della madre. Mi informa che sono sospettata di un’aggressione a una persona e aggiunge che “picchiare qualcuno per strada, in Ungheria, è considerato vandalismo, un po’ come mettersi a schiamazzare in pubblico”. Insomma, rischio una sorta di denuncia per disturbo alla quiete pubblica... Be’, qualunque sia l’accusa specifica che vorranno affibbiarmi, immagino non sarà nulla di particolarmente grave. A questo punto, entrano nell’ufficio altri due uomini, che l’interprete mi presenta addirittura come esperti della Scientifica. Ma la loro apparenza di professionalità e competenza si sgretola nel giro di pochi minuti. Anche se presumibilmente entrambi hanno superato la cinquantina, sembrano due ragazzini che bisticciano in continuazione su come si dovrebbero fare le cose. Cominciano il loro lavoro, e la scena è quasi comica, mi sembra di stare in un B-movie poliziottesco anni settanta. Mi passano un tampone sulle mani e sotto le unghie, che poi immergono in una provetta. Successivamente, mi fotografano in primo piano e a figura intera, facendomi indossare giacca, cappello, sciarpa e marsupio in varie 18combinazioni, come se fossi una modella. Senza mai smettere di battibeccare tra loro. All’improvviso escono, e rimango nella stanza con due donne, l’interprete e un’agente. Quest’ultima mi ordina di spogliarmi completamente, incluse le scarpe. Mi lancia un borsone e, con tono brusco, mi dice, in inglese: “Adesso vestiti con questi”. Mi ritrovo costretta a cercare qualcosa di decente da indossare, pescando tra un assortimento misero di vestiti sporchi e logori. Sono poco più che stracci, probabilmente sequestrati a qualcuno che viveva per strada. L’odore è terribile, ma non ho scelta. Mi turo il naso, temendo anche di patire il freddo. Il colmo arriva con le calzature: posso scegliere tra un paio di ciabatte di gomma, che sarebbero pure comode se non fossero un 45 e se non fosse inverno, e un paio di stivali di jeans coi tacchi a spillo, neanche questi della mia misura, ma almeno non troppo grandi. Non mi resta che infilare quei ridicoli stivaletti. Quando sei nelle mani della polizia è così, ti devi adattare continuamente. Nel frattempo, i miei indumenti vengono misurati, descritti, fotografati, imbustati ed etichettati uno per uno. La stessa sorte tocca anche al famigerato bastone telescopico che il poliziotto con la barbetta mi ha infilato nel marsupio. 

Vipera, come mi spiega l’interprete, significa proprio “bastone telescopico”. Ah, ecco, erano ore che sentivo gli agenti intorno a me ripetere “vipera, vipera” e pensavo mi stessero insultando. Vipera è una parola curiosa e sibillina, che ripetuta nella mia mente ha l’effetto di attribuire unapersonalità all’oggetto. È come se quel bastone, inerte sulla scrivania, nel profondo fosse vivo, pronto a scattare, proprio come una vipera. Un presagio di pericolo, silenzioso ma presente.


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