Signora Presidente, onorevoli colleghi, "smuggler" in inglese, "passeur" in francese, in italiano si direbbe "contrabbandiere", ma questo termine rimanda soprattutto al passaggio transfrontaliero di merci, non di persone.
Nel linguaggio pubblico si usa spesso "trafficante di esseri umani", ma non vuol dire la stessa cosa. E questa confusione semantica non è casuale: fa parte del repertorio discorsivo della guerra contro la migrazione.
Il trafficante è chi costringe le persone con la forza, l'inganno o la minaccia, le riduce in schiavitù, le sfrutta, le sequestra. Al Masri, generale libico liberato dal governo Meloni e riaccompagnato a casa con volo di Stato, è un trafficante di esseri umani.
Il contrabbandiere, invece, è chi organizza l'attraversamento di un confine chiuso per persone che hanno scelto volontariamente di partire e pagano per il servizio; un servizio basato sul consenso e che non avrebbe motivo di esistere se ci fossero vie legali e sicure per la migrazione.
Questo non significa che tutti gli "smuggler" siano brave persone, per carità. Non è così, dipende da come operano. Ma la categoria non deve essere confusa con quella dei trafficanti.
Come europei, poi, dobbiamo ricordarci una cosa: nel nostro passato furono "contrabbandieri" anche coloro che, durante il nazifascismo, aiutarono gli ebrei a superare illegalmente i confini, mettendoli in salvo dalle persecuzioni e dalle deportazioni nei lager.
Credo – e spero – che oggi nessuno abbia il coraggio di definirli criminali. Siamo giustamente tutti concordi nel riconoscere che hanno reso un servizio di altissimo valore all'umanità.
Ecco: anche oggi molti contrabbandieri offrono semplicemente un servizio a chi ha deciso di fuggire da guerre, persecuzioni, miseria e disastri climatici.
